La bolla perfetta: perché oggi fare coppia è una scelta che fa paura

 

                              

 



C’è una domanda che ritorna con insistenza nei colloqui clinici e nel rumore di fondo dei social media: vale ancora la pena stare con qualcuno? Non è un interrogativo dettato dal cinismo, ma il riflesso di un mutamento profondo che ha trasformato la relazione da destino sociale a scelta individuale. Oggi viviamo nel tempo della "bolla perfetta", dove l’obiettivo supremo è costruirsi una vita autonoma e blindata, fatta di incastri precisi tra carriera, benessere e salute emotiva. In questo scenario, l’altro ha smesso di essere il compagno di viaggio per diventare, spesso, un elemento di disturbo che minaccia un equilibrio faticosamente conquistato.

Questa resistenza all'incontro trova riscontro in evidenze scientifiche sempre più marcate. Recenti studi pubblicati su Evolutionary Psychological Science (2024) evidenziano come la scelta di restare single nelle società contemporanee non dipenda dalla mancanza di opportunità, ma da una profonda sfiducia nella qualità dei legami.

Questa sfiducia è alimentata paradossalmente proprio dagli strumenti nati per favorire l'incontro: le dating app. Una ricerca pubblicata sul Journal of Social and Personal Relationships (2023) ha analizzato il fenomeno del "dating app fatigue" (l'affaticamento da app), dimostrando come la sovrabbondanza di scelta e la logica del catalogo portino a una deumanizzazione del partner, ridotto a merce in un mercato dell'estetica e delle prestazioni. Si arriva all’incontro con l’altro con vite già talmente strutturate da vedere nella coppia un territorio da cui difendersi. È l'evoluzione drastica dell'«amore liquido» di Bauman: se un tempo temevamo che il legame svanisse, oggi temiamo che esso ci chieda di rinunciare alla nostra indipendenza programmata. Proliferano così forme di legame alternative, come la non-monogamia etica o il poliamore che, sebbene presentati come conquiste di libertà, nascondono spesso un’insidia diversa. Come suggerito dal filosofo e divulgatore contemporaneo Rick DuFer nella sua analisi sulle relazioni poligame e la "cultura del disimpegno", molte di queste nuove configurazioni rischiano di non essere espressione di una libertà reale, quanto piuttosto di una strategia di difesa: frammentare il legame per non esporsi mai interamente, evitando quella "scomodità" profonda che solo un impegno totale comporta.

 

È proprio in questa ricerca della perfezione individuale che emerge un paradosso sottile: la dipendenza dalla solitudine. Abbiamo imparato a considerare la solitudine come una medicina necessaria per guarire dalle fratture del passato, una stampella indispensabile per tornare a camminare dopo un dolore; difatti sentiamo spesso frasi come "non sono pront* per una relazione, ho troppe cose da risolvere" oppure "Non mi amo ancora abbastanza per stare con qualcuno". Tuttavia, sta accadendo qualcosa di singolare: continuiamo a usare quella stampella anche quando la ferita è rimarginata e le ossa sono ormai solide. Siamo vittime dell'idea ossessiva che per stare con qualcuno si debba essere "risolti", perfettamente centrati, privi di crepe. Crediamo che mostrarci fragili sia una colpa, e così la solitudine smette di essere un momento di guarigione per diventare una corazza permanente. Portiamo con noi quella stampella tutta la vita non perché ne abbiamo realmente bisogno, ma perché abbiamo paura di ammettere che, per quanto forti, abbiamo anche bisogno di un appoggio esterno e che quell'abbastanza che ricerchiamo da noi stessi non sia mai raggiungibile , dimenticandoci della possibilità di sentirci sufficientemente umani, con una buona dose di fragilità e momenti no.

 In questa trincea di autosufficienza, l'altro non è più visto come un sostegno naturale, ma come un peso che potrebbe farci perdere l'equilibrio perfetto che abbiamo faticosamente costruito da soli.

 

Eppure, questa narrazione dell'essere "super-centrati" va contro la nostra stessa biologia. John Bowlby, padre della teoria dell’attaccamento, ha dimostrato che il bisogno di connessione non è una debolezza infantile, ma una struttura fondamentale del nostro sistema nervoso. Sottrarsi al legame per paura di apparire vulnerabili non ci rende più evoluti, ma solo più isolati contro la nostra natura. Come ricorda Esther Perel, la vera intimità non è fusione, ma la capacità di restare se stessi mentre ci si affida. L’altro è lo specchio necessario per vedere parti di noi che, nella solitudine della nostra bolla, rimarrebbero mute e inaccessibili.

 

In conclusione possiamo dedurre che le relazioni di oggi fanno paura perché ci chiedono di rinunciare all’illusione del controllo assoluto. Ci chiedono di accettare che la vita è, per definizione, imperfetta e imprevedibile. Forse, allora, la vera domanda non riguarda più l’opportunità di stare con qualcuno, ma la nostra disponibilità a lasciare che la nostra bolla si incrini. Perché è solo attraverso quell'incrinatura, accettando il rischio di camminare senza la protezione artificiale della solitudine, che possiamo tornare a sentire il terreno sotto i piedi e, finalmente, la mano di qualcun altro pronta a stringere la nostra verso un cammino inedito.

Francesca Mastropieri

Dott.ssa in Scienze e Tecniche Psicologiche

Massimo Ippoliti

Dott. magistrale in Psicologia



BIBLIOGRAFIA:

Apostolou, M., & Wang, B. (2024). Why people stay single: An investigation of 14 reasons in a Chinese sample. Evolutionary Psychological Science.

Stadler, G., & Thompson, A. (2023). Digital burnout and dating app fatigue: The impact of choice overload and dehumanization on modern romantic search. Journal of Social and Personal Relationships, 40(8), 2415–2438.

DuFer, R. [Rick DuFer]. (2023, 22 maggio). Poliamore: fraintendimenti, bugie e la cultura del disimpegno [Video]. YouTube

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