La genitorialità non si insegna, si abita: come sono cambiati i figli (e nostri modi di amarli)

 

Diventare genitori oggi è un’esperienza profondamente diversa rispetto al passato. Non sono cambiate solo le abitudini quotidiane, ma il significato stesso che attribuiamo a questo ruolo. Un tempo i figli crescevano dentro ritmi familiari già consolidati e, in qualche modo, si adattavano al mondo degli adulti. Oggi, invece, la nascita di un figlio è quasi sempre una scelta consapevole, desiderata e pianificata a lungo. Questa forte volontà,  maturata nel tempo e sostenuta da un forte investimento emotivo, porta con sé un amore immenso, ma anche una responsabilità del tutto nuova e, di conseguenza, inedite fragilità. Il paradosso della genitorialità moderna sta proprio qui: prendersi cura di un figlio non è mai stato così desiderato e al tempo stesso, così difficile.

Dal controllo alla fragilità: cosa sta succedendo ai nostri ragazzi?

Quando un figlio è così desiderato, il rischio invisibile è quello di trasformare la cura in controllo e l'attenzione in pressione. Desideriamo a tutti i costi che i nostri ragazzi siano felici, performanti, protetti da ogni possibile dolore, ma a forza di spianare loro la strada e monitorare ogni voto sul registro elettronico o ogni interazione sociale, rischiamo di togliere loro lo spazio per sbagliare, annoiarsi e scoprire chi sono davvero.

Questo cambiamento sociale si riflette in modo potente sul benessere psicologico degli adolescenti.

Come argomenta diffusamente lo psicoterapeuta Matteo Lancini nei suoi contributi clinici (Lancini, 2020, 2023), il disagio giovanile ha cambiato pelle. Se un tempo la sofferenza degli adolescenti si esprimeva attraverso la trasgressione, la ribellione alle regole e il conflitto aperto con l'autorità, oggi assistiamo a una dinamica opposta. Sempre più spesso la sofferenza non prende la forma della ribellione verso l’adulto, ma viene rivolta contro sè stessi.

Oggi i professionisti della salute mentale si trovano di fronte a manifestazioni di malessere che spesso si presentano in comorbidità: disturbi del comportamento alimentare, autolesionismo (come il self-cutting) e ideazione suicidaria. Secondo la prospettiva di Lancini (2020), queste non sono patologie isolate, ma risposte a una sofferenza evolutiva profonda. I ragazzi si sentono schiacciati dall'ansia di dover corrispondere alle enormi aspettative affettive degli adulti, che chiedono loro di essere unici e speciali, ma solo alle condizioni stabilite dai genitori. Quando sentono di fallire in questa missione speculare, il dolore diventa insostenibile e viene impresso sul corpo o si traduce nel desiderio di sparire.

Una società che si trasforma

Questi nuovi sintomi non nascono dal nulla, ma si intrecciano ai reali cambiamenti della struttura sociale. Viviamo in contesti familiari molto diversi da quelli di cinquant'anni fa: l'aumento dei divorzi, la diffusione delle famiglie allargate e la fluidità dei ruoli, hanno ridefinito le coordinate della crescita. I punti di riferimento tradizionali sono cambiati e l'incertezza verso il futuro pesa enormemente sulle spalle dei giovani.

I problemi tipici di oggi si muovono su terreni un tempo poco esplorati dalla clinica. Senza entrare nel merito dettagliato di dinamiche estremamente complesse, basti pensare alla comparsa o alla maggiore visibilità di fenomeni come il mobbing familiare o la violenza filo-parentale, ovvero l'aggressività agita dai figli verso i genitori. L'obiettivo di questa riflessione non è sviscerare tali dolorose realtà, ma citarle per comprendere una cosa fondamentale: le problematiche dei ragazzi sono profondamente mutate perché è mutato il tessuto sociale in cui sono immersi.

L’illusioni della "famiglia perfetta" e il peso della permissività

In questa corsa a essere genitori impeccabili, un altro rischio concreto è cadere in una forma di iper-protezione e permissività che toglie ai figli i necessari punti di ancoraggio. Nel suo lavoro “Un’ottima famiglia”, la psicoterapeuta Stefania Andreoli (2024) scava proprio dentro le crepe di un nucleo apparentemente perfetto, equilibrato e presente. L'autrice mostra come la disfunzione possa annidarsi non necessariamente nella trascuratezza o nel maltrattamento esplicito, ma in una normalità di facciata che privilegia il "fare" all'"essere", il controllo quotidiano all'ascolto emotivo autentico.

Quando l'educazione diventa troppo permissiva nel tentativo di evitare ai figli qualsiasi frustrazione, l'adulto abdica al proprio ruolo protettivo e normativo. I ragazzi vengono lasciati soli a gestire un mondo di stimoli precoci ,basti pensare all'universo digitale o all'adultizzazione anticipata a cui sono esposti già a 10 o 11 anni, senza avere ancora la struttura emotiva per farlo. La troppa permissività non rende i figli più liberi; al contrario, li priva di quel confine sicuro contro cui scontrarsi per perimetrare la propria identità. Il nodo è spesso la difficoltà dell’adulto a tollerare la frustrazione del figlio e a mantenere limiti coerenti senza rinunciare alla vicinanza emotiva.

Abitare il cambiamento: l'attualità del genitore "sufficientemente buono"

Come usciamo, allora, da questo labirinto di aspettative, ansie da prestazione genitoriale e pressioni? La risposta, fortunatamente, non sta nel trovare strategie infallibili o nel perseguire il miraggio del genitore ideale. Già alla metà del secolo scorso, il pediatra e psicoanalista Donald Winnicott (1965) aveva intuito il pericolo di questa trappola, introducendo il concetto cardine di "madre sufficientemente buona" (e, per estensione attuale, di genitore sufficientemente buono). Si tratta di un'intuizione che, per quanto storicamente datata, si rivela oggi più urgente e doverosa che mai.

Winnicott spiegava che i figli non hanno bisogno della perfezione, ma di un adulto umano, che sappia accogliere, ma anche fallire in modo sano, permettendo al bambino di sperimentare piccole e tollerabili quote di frustrazione necessarie alla crescita.

Il finale delle nostre riflessioni deve dare spazio a questa grande verità: la genitorialità non si insegna, si abita. Abitare questo ruolo oggi significa accettare il cambiamento dell'epoca presente e, soprattutto, accettare di non poter controllare ogni variabile della vita dei nostri figli. Significa riscoprire la bellezza di un adulto che sa fare un passo indietro per lasciare ai ragazzi il loro spazio d'azione, ad esempio a scuola, fidandosi della loro capacità di gestire un brutto voto o un professore difficile senza correre a fare da scudo.

Abitare la relazione significa anche comprendere il loro mondo digitale senza la pretesa di monitorarlo ossessivamente o di viverlo al posto loro, offrendo invece un esempio concreto di presenza e di limite. Per curare le fragilità moderne, spesso basta riscoprire il valore delle emozioni condivise nella loro semplicità. Serve un pomeriggio nel bosco senza telefoni, una cena in cui ci si guarda negli occhi, o un litigio affrontato insieme fino in fondo, senza l'ansia di dover anestetizzare subito il dolore. Camminare accanto ai nostri figli, non davanti per spianargli la strada, non dietro per controllarli, resta ancora il gesto più potente e "sufficientemente buono" che possiamo fare.

Bibliografia

Andreoli, S. (2024). Un'ottima famiglia. Solferino.

Lancini, M. (2020). Cosa serve ai ragazzi. I nuovi adolescenti spiegati ai genitori (e agli insegnanti). Utet.

Lancini, M. (2023). Sii te stesso a modo mio. Essere adolescenti nell'epoca dell'evaporazione del futuro. Raffaello Cortina Editore.

Winnicott, D. W. (1965). The maturational processes and the facilitating environment: Studies in the theory of emotional development. International Universities Press. (Trad. it.: Sviluppo affettivo e ambiente: studi sulla teoria dello sviluppo affettivo. Armando Editore, 1970).                                             

 

 

 

                                                                                                                                 A cura di

                                                                                                         Francesca Mastropieri

                                                                                       Dott.ssa in Scienze e Tecniche 

                                                                                                                           Psicologiche  

                                                                                                                         Vittoria Sauli

                                                                                           Dott.ssa Magistrale in Psicologia



Commenti