LO SMART NON VA IN VACANZA
Quando il lavoro agile dimentica di essere
agile
"Corri, coniglio,
corri. Scava quella buca, dimentica il sole... e quando finalmente il lavoro è
finito, non sederti: è tempo di scavarne un'altra."
Nel 1973, i Pink Floyd cantavano queste parole in “Breathe”,
descrivendo la trappola del correre sempre senza mai fermarsi a respirare.
Oggi, nell'era dello smart working, quel "coniglio" rischia di essere
chiunque di noi, bloccato sotto l'ombrellone con il telefono aziendale in
mano.
•
I segmentatori (confini
netti): hanno bisogno di confini rigidi; lavoro e casa restano due mondi
separati. Con lo smartworking, l’azzeramento della separazione fisica può
risultare particolarmente faticoso.
•
Gli integratori (confini
fluidi): preferiscono mescolare i due ambiti, alternando attività lavorative e
personali. Con lo smartworking, anche per loro l’assenza totale di regole può
diventare un carico mentale costante: senza un confine, non ci si ferma mai
davvero.
A questo si aggiunge un costo
fisico spesso sottovalutato: posture scorrette, postazioni improvvisate,
giornate intere sedute nello stesso angolo di casa. E un costo relazionale:
la mancanza di contatti informali con i colleghi, quelle micro-interazioni che
fuori dall’orario di ufficio non “accadono” automaticamente, favorisce
isolamento. In alcuni casi più marcati, questo insieme di fattori apre la
strada al burnout.
- boundary violations e la conseguente Inability to Detach spostano lo stress anche nel tempo che dovrebbe rigenerare (Ashforth et al., 2000; Sonnentag & Fritz, 2015);
- assenza di separatori “ambientali” (ufficio/casa) rende più difficile percepire chiaramente fine e inizio della giornata lavorativa, così l’attenzione rimane agganciata ai compiti anche quando non è necessario;
- riduzione di contatti informali può aumentare isolamento e senso di non appartenenza, fattori che indeboliscono il recupero psicologico e rendono più fragile la motivazione.
In questo contesto, il
burnout può essere considerato come un effetto emergente dell’interazione tra
richieste elevate, risorse personali insufficienti e recupero mancante: quando
la “bilancia invisibile” rimane sbilanciata nel tempo, l’organismo e la mente
non riescono più a ripristinarsi.
•
il distacco psicologico: momenti
in cui non si pensa al lavoro e si chiude materialmente ogni dispositivo;
•
il rilassamento: attività
rilassanti a basso impatto mentale;
•
la maestria:
un hobby che dia soddisfazione e competenza lontano dall'ufficio;
•
il controllo: sentirsi
liberi di decidere come impiegare il tempo libero, senza sensi di colpa.
A queste strategie si può aggiungere una segmentazione
volontaria degli spazi: un angolo della casa dedicato solo al lavoro, orari
di inizio e fine rispettati come appuntamenti veri, notifiche disattivate fuori
orario. Piccole regole che, ripetute nel tempo, ricreano artificialmente quel
confine che l'ufficio dava gratis.
- introdurre un vero diritto alla disconnessione, evitando di valorizzare chi risponde alle undici di sera;
- formare i manager a guidare per obiettivi invece che per presenza percepita online;
- proteggere fasce orarie libere da riunioni;
- creare occasioni, anche informali, per mantenere vivo il legame sociale tra le persone.
Lo smart working resta, nei fatti, una
conquista straordinaria. Ma perché lo sia davvero, va trattato con la stessa
cura con cui si gestisce qualunque risorsa: definendo limiti concreti, pratiche
chiare e regole di recupero. Senza confini, la flessibilità smette di essere
un vantaggio e diventa una condizione permanente. Ed è così che lo smart
finisce per “non andare mai in vacanza”.
BIBLIOGRAFIA:
- Bakker, A. B.,
& Demerouti, E. (2017). Job Demands-Resources theory. In Organizational
JDR. (Modello teorico che spiega l'equilibrio tra risorse e richieste
lavorative descritto nella bilancia del benessere).
- Ashforth, B. E.,
Kreiner, G. E., & Fugate, M. (2000). All in a day's work: Boundaries and
micro role transitions. Academy of Management Review. (La teoria dei
confini che distingue "segmentatori" ed "integratori" e
definisce le boundary violations).
- Sonnentag, S.,
& Fritz, C. (2015). Recovery from job stress: The role of out-of-work
activities. (Studio sull'incapacità cronica di staccare psicologicamente o Inability
to Detach).
- Andreassen, C. S.,
et al. (2012). Development of a work addiction scale. Scandinavian
Journal of Psychology. (Studio sul Workaholism e la dipendenza
patologica da produttività).
- Vingerhoets, A. J.,
et al. (2002). Leisure sickness: A pilot study on its prevalence and
characteristics. Journal of Psychosomatic Research. (La ricerca medica e
psicologica che ha definito la "malattia del tempo libero").
- Tarafdar, M., et
al. (2007). The impact of technostress on role stress and productivity.
Journal of Management Information Systems. (Studio sul tecnostress e sui carichi
d'ansia generati dai sistemi di monitoraggio a distanza).
- Arnold, K. A., et
al. (2007). Transformational leadership and employee well-being. Journal
of Occupational Health Psychology. (Analisi su come una leadership troppo
stimolante possa indurre un autosovraccarico nei collaboratori).
- Sonnentag, S.,
& Fritz, C. (2007). The Recovery Experience Questionnaire. Journal
of Occupational Health Psychology. (Lo studio clinico e organizzativo che ha
formalizzato le quattro dimensioni fondamentali del recupero psicologico).
A cura di:
Marika Pinto
Dott.ssa in Scienze e
Tecniche Psicologiche
Massimo Ippoliti
Dottore Magistrale in Psicologia

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