Oltre il cerchio di luce: e se la violenza di coppia abitasse anche dove facciamo fatica a guardare?



La violenza all’interno delle relazioni affettive è una ferita aperta che sanguina nel silenzio del nostro tessuto sociale. Ogni giorno la cronaca ci sbatte in faccia l’urgenza drammatica e incontestabile della violenza maschile contro le donne: un fenomeno strutturale, tragico, che si consuma nei drammi dei femminicidi e che giustamente suscita in tutti noi una profonda e necessaria indignazione collettiva. Eppure, proprio dietro questo faro accecante, esiste un angolo rimasto completamente in ombra. Non è un vuoto di dati, ma una forma di resistenza culturale: la violenza agita dalle donne all’interno della coppia. Parlarne non significa affatto sminuire la gravità della violenza di genere maschile, né tantomeno forzare un’ingenua parità statistica; significa, piuttosto, espandere la nostra flessibilità cognitiva per proteggere ogni forma di vulnerabilità umana, restituendo dignità e ascolto al dolore, qualunque sia il genere di appartenenza del corpo che lo ospita.

La lanternosofia delle ideologie e il fallimento del dialogo
Per capire come mai questa dinamica rimanga invisibile all’opinione pubblica e, troppo spesso, agli stessi professionisti della salute mentale, può venirci in aiuto Luigi Pirandello. Nel suo romanzo Il fu Mattia Pascal (1904), lo scrittore teorizza la "lanternosofia", spiegando che gli esseri umani non vedono mai la realtà per quella che è, ma la proiettano attraverso il filtro colorato di un piccolo lanternino tascabile che rappresenta le ideologie, i dogmi e i pregiudizi di un’epoca. Siamo convinti che il cerchio di luce proiettato dal nostro lanternino sia l'intero universo, mentre ciò che resta fuori viene declassato a un buio vuoto e inesistente. Quando accostiamo il tema della violenza domestica a uno sguardo alle posizioni ideologiche estreme che riducono la complessità della realtà a uno schema rigido, tendiamo a polarizzare il mondo: il maschile diventa l'unico elemento potente e abusante, il femminile l'esclusivo sinonimo di vittima. Se si tenta di mostrare le sfumature di questa dinamica, la risposta automatica si muove spesso tra la negazione e la razionalizzazione, barricate dietro l'idea che la violenza femminile sia un mito o, al massimo, una legittima reazione difensiva. Questa parzialità di sguardo spezza sul nascere qualsiasi possibilità di una dimensione dialogica, sia a livello sociale che culturale. Si smette di ascoltare le ragioni dell'altro per rintanarsi in fazioni contrapposte che irrigidiscono i ruoli, distruggendo l'interazione e lasciando l'essere umano da solo, intrappolato in un cliché che non permette né di capirsi né di curarsi. 

Dalla teoria al silenzio: la confessione di Carlo
Questa dinamica, drammaticamente reale e non un'ipotesi accademica, emerge con forza dalla saggistica clinica, capace di dare un nome e un volto a storie che altrimenti non varcherebbero mai la soglia di un piano visibile. Durante il recente convegno specialistico dell'Accademia di Psicoterapia della Famiglia, nell'intervento di Salerno e Mineo (2026), è stato condiviso il percorso di Carlo, un ingegnere di 44 anni, padre di tre bambine, specificando che si tratta di un caso clinico presentato a scopo formativo e opportunamente anonimizzato per tutelarne la privacy. Carlo è arrivato in seduta schiacciato da un senso di colpa paralizzante. Inizialmente, provava a nascondere i segni evidenti di un’escalation di abusi subiti dalla moglie dietro la maschera dell'ironia: si presentava con gli occhiali spaccati o con le dita fasciate, liquidando tutto davanti alla terapeuta con un sorriso amaro e la scusa di essere «il solito imbranato». La svolta clinica e umana avviene solo quando i meccanismi di negazione crollano, lasciando spazio a una verità nuda fatta di ferite profonde e percosse sulla schiena. È in quel momento di totale svelamento che Carlo pronuncia una frase che condensa da sola il dramma di ciò che era diventato rassegnazione silenziosa: «Dottoressa, quando Giusy fa male, fa male sul serio…». Quando Carlo ha tentato di difendersi semplicemente bloccando le braccia della moglie per arginarne la rabbia, la donna ha utilizzato i piccoli lividi rimasti sui polsi per ribaltare la realtà, minacciando di denunciarlo come aggressore. Questo ricatto psicologico e legale, unito al timore profondo di non essere creduto da un sistema sociale che tende a ridicolizzare l'uomo debole, paralizza la vittima. Come nel caso di Carlo, numerosi studi e dati suggeriscono che una quota consistente di uomini vittime non denuncia e sceglie il silenzio per difendere la propria dignità e la vicinanza ai figli, scontrandosi con una realtà in cui persino gli operatori sanitari e l'ordine pubblico mancano spesso degli strumenti culturali per decodificare e accogliere il grido d'aiuto di un uomo abusato. 


La realtà dei dati: una narrazione scientifica oltre gli stereotipi
L’esperienza di Carlo mette in luce un problema metodologico profondo: la tendenza diffusa a sottostimare la gravità e l’estensione della violenza quando la vittima è un uomo. Eppure la letteratura scientifica non è cieca: si occupa di violenza femminile nella coppia fin dai lavori di Steinmetz (1977), squarciando quel velo di incredulità che spesso contagia anche i clinici alle prime armi. Nel corso degli anni, imponenti meta-analisi firmate dallo psicologo John Archer (2000; 2004) hanno passato al setaccio oltre 350 studi, documentando come la simmetria dei tassi di aggressione non letale sia un dato di fatto oggettivo. Ricerche epidemiologiche su larga scala, tra cui il celebre National Intimate Partner and Sexual Violence Survey coordinato dai CDC americani, rivelano una realtà numerica impressionante: circa un uomo su quattro sperimenta una forma di violenza fisica grave da parte del partner nel corso della vita. 

Volgendo lo sguardo oltre i numeri per abbracciare una visione globale e olistica del fenomeno, emerge chiaramente come la violenza si ramifichi in modo differente a seconda del genere, rispondendo a precise ragioni culturali introiettate fin dall’infanzia. Innanzitutto occorre precisare che l’abuso femminile si esprime da un punto di vista fisico attraverso il lancio di oggetti, graffi, spinte o l’uso di utensili; mentre si consuma in maniera più subdola e preponderante su un piano psicologico ed economico attraverso dinamiche di controllo asfissiante, isolamento sociale e mortificazione identitaria attraverso svariati atti di svalutazione. L’abuso maschile, invece, ha statisticamente una probabilità molto più elevata di tradursi in forme di violenza fisica severa o esiti letali (Fleming et al., 2015). Questa differenza non è casuale, ma discende dai modelli educativi globali: se ai maschi viene storicamente insegnato a legare la propria identità alla forza fisica e al dominio materiale, dinamiche indicate da Fleming e colleghi (2015) come la radice comune di gran parte degli atti di violenza, alle femmine viene socialmente concesso e trasmesso l’utilizzo di canali verbali, manipolativi e relazionali per gestire i conflitti e il potere di coppia. 

Questi comportamenti che si imparano fin da piccoli entrano profondamente dentro di noi e si collegano direttamente a due modi di pensare distorti: il paternalismo benevolo e il maschilismo ostile (Salerno & Mineo, 2026). 

Il paternalismo benevolo è quel modo di pensare che fa un doppio danno, colpendo sia gli uomini che le donne. Da un lato, vede la donna come un essere fragile, indifeso e che non può fare del male a nessuno per definizione. Questo stereotipo porta la gente comune, e anche i medici meno esperti, a fare finta di niente o a sminuire la violenza agita dalle donne (Salerno & Mineo, 2026). Nella vita di tutti i giorni, questa dinamica spinge a vedere il partner maschio quasi come un “bambinone” da raddrizzare o da gestire. La violenza psicologica o fisica della compagna viene così scambiata per una semplice “ramanzina della mamma” o per un bisticcio passeggero. In questo modo l’uomo perde ogni credibilità: non viene riconosciuto come un adulto che sta subendo un abuso, ma come un soggetto immaturo che si prende i rimproveri della fidanzata. 

Allo stesso tempo, il maschilismo ostile colpisce e prende in giro l’uomo che prova a mostrare la propria debolezza o che vorrebbe denunciare l’abuso (Salerno & Mineo, 2026). Questo meccanismo culturale punisce chiunque non si comporti come il classico “maschio alfa” forte e invulnerabile, dicendo che la vittima è un debole e che non è un “vero uomo” (Salerno & Mineo, 2026). 

È esattamente in questo intreccio che si collocano i motivi del silenzio. Infatti, numerosi studi e dati suggeriscono che una quota consistente di uomini vittime non denuncia e sceglie di non parlare per difendere la propria dignità e per paura di perdere la vicinanza ai figli. In questa trappola, persino la calma dell’uomo o la sua maturità nel chiedere aiuto gli si rivoltano contro: da una parte viene ridicolizzato perché ritenuto incapace di farsi valere, e dall’altra viene ignorato dalle istituzioni, facendo sembrare il danno subito molto meno grave di quello che è in realtà (Salerno & Mineo, 2026). 

Verso una maturità cognitiva e una nuova dimensione dialogica
Le indagini sulle costellazioni relazionali ci mostrano che l'instabilità dei legami odierni è quasi sempre lo specchio di fragilità individuali spesso irrisolte, che finiscono per incastrarsi in patti di coppia rigidi e tossici. Quando la disfunzione del singolo emerge nella coppia, la relazione smette di essere un'alleanza evolutiva e si trasforma in un teatro di scontro in cui la violenza diventa l'unico linguaggio possibile, rischiando di essere tramandata come un'eredità di generazione in generazione. Per spezzare questa catena e uscire dal vicolo cieco dell'incomprensione, è urgente promuovere una profonda maturità emotiva e cognitiva che rimetta al centro la dimensione dialogica, intesa come l'unico vero antidoto alla violenza. Una reale maturità cognitiva ci impone di guardare oltre il perimetro del nostro lanternino, destrutturando gli stereotipi e i rigidi ruoli di genere che ingabbiano il maschile e il femminile. Solo attraverso questo salto di qualità è possibile ricostruire un canale di comunicazione autentico, dando vita a una relazione che sia realmente alla pari. La dimensione dialogica all'interno della coppia e della società non è un semplice scambio di parole, ma una rivoluzione relazionale: lo spazio protetto in cui la vulnerabilità dell'altro non viene più vissuta come una minaccia da aggredire o come una debolezza da ridicolizzare, ma come un pezzo di umanità condivisa da accogliere, comprendere e curare insieme. 

Bibliografia e Riferimenti

​- Archer, J. (2000). Sex differences in aggression between heterosexual partners: A meta-analytic review. Psychological Bulletin, 126(5), 651–680.

​- Archer, J. (2004). Sex differences in aggression in real-world settings: A meta-analytic review. Review of General Psychology, 8(4), 291–322.

​- Browne, A. (1993). Violence against women by male partners: Prevalence, outcomes, and policy implications. American Psychologist, 48(10), 1077–1087.

​- Centers for Disease Control and Prevention (CDC). (2014). The National Intimate Partner and Sexual Violence Survey (NISVS): 2011 Data Brief. Atlanta, GA: National Center for Injury Prevention and Control.

​- Esquivel-Santoveña, E. E., & Hamel, J. (2014). Partner Abuse State of Knowledge Project: Partner violence research outside North America. Partner Abuse, 5(2), 172-192.

​- Fleming, P. J., Gruskin, S., Rojo, F., & Dworkin, S. L. (2015). Men's violence against women and men are interconnected: Recommendations for simultaneous interventions. Social Science & Medicine, 146, 249-256.

​- Pirandello, L. (1904). Il fu Mattia Pascal. Nuova Antologia. (Riferimento concettuale alla "lanternosofia" applicata all'analisi delle ideologie).

​- Salerno, A., & Mineo, R. (2026). L’intimate partner violence agita dalla donna. Una sfida clinica e sociale. Contributo presentato al 66° Convegno di Studio – Accademia di Psicoterapia della Famiglia “LEGAMI DOLOROSI. Odio ed estraneità nelle famiglie e nella comunità”, 19-20 giugno 2026, Roma (Seraficum).

​- Steinmetz, S. K. (1977). The battered husband syndrome. Victimology, 2(3-4), 499-509. 

​- Stets, J. E., & Straus, M. A. (2017). Gender differences in reporting marital violence and its medical and psychological consequences. In Physical violence in American families (pp. 151-166). Routledge.



                      A cura di

                     Francesca Mastropieri

                                      Dott.ssa in Scienze e Tecniche Psicologiche

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