L’abuso nascosto: quando la violenza non lascia segni visibili. Un percorso tra consapevolezza, colpa e cura

Quello che segue è il racconto diretto di E., indicata con la sola iniziale per tutelarne la privacy. Dopo un percorso importante, E. ha trovato il coraggio di raccontare con lucidità la propria esperienza di abuso psicologico.

La ringraziamo per questa testimonianza così intensa e per il coraggio con cui ha scelto di condividere la propria storia. Il suo racconto potrà aiutare chi legge a riconoscere segnali, emozioni e dinamiche spesso difficili da nominare, ricordando che nessuna persona dovrebbe essere costretta ad affrontare una situazione di violenza in solitudine.
Proprio la lettura della sua esperienza ha suggerito a noi dell’associazione Inoltre l’opportunità di scrivere questo articolo e di approfondire il tema dell’abuso psicologico, rilanciando un messaggio sociale di consapevolezza, ascolto e prevenzione: anche la violenza che non lascia segni visibili può ferire profondamente e deve essere riconosciuta.


«È agosto, sono otto mesi che sono single. Spinta da alcune amiche e dopo diversi tentativi, esco da quella situazione. Sui social c’è XX, che mi scrive sempre e mi chiede di uscire; persino nel 2017 mi aveva già contattata. Accetto il suo invito.
Lui continua a insistere con le richieste di uscire, finché cedo, anche se inizialmente non attribuivo particolare importanza alla questione. Al primo incontro mette subito in chiaro che non ha tempo da perdere e vuole conoscere anche le mie intenzioni.
Siamo entrambi in ferie, quindi approfittiamo del tempo per conoscerci e iniziamo a vederci spesso, come degli adolescenti. Lui mi riempie di attenzioni, regali e gesti romantici: compra persino una stella sul registro internazionale dello spazio e le dà come nome il giorno in cui ci siamo conosciuti.
XX lavora al Nord e, quando riprende a lavorare, vado a trovarlo nel fine settimana. Lì ha un appartamento assegnato dalla ditta per cui lavora.
Durante quel fine settimana mi dice che sono la donna della sua vita, che vuole sposarmi e mi regala un anello simbolico, in attesa di quello definitivo.

Il fine settimana successivo torna lui in città, perché ha un matrimonio, mentre io ho un battesimo. Proprio durante il matrimonio si frattura un piede e, da quel momento, la nostra storia cambia completamente.
Mi chiede di poter trascorrere la malattia a casa mia, perché non vuole stare a casa dei suoi, ma con me. Io, con la testa tra le nuvole, accetto.
Questa convivenza forzata e imprevista fa emergere subito il suo reale carattere. Dalla fase iniziale di *love bombing* passiamo a una fase di rinforzo intermittente, in cui i momenti idilliaci si alternano ad altri caratterizzati da rabbia, ostilità e parole offensive.
I litigi nascevano dalle sue prese di posizione sul mio modo di vivere e dal controllo che esercitava su di me: dovevo andare in palestra solo quando c’era lui; mi chiedeva perché avessi guardato un ragazzo, anche quando stavo osservando tutt’altra cosa; voleva sapere chi avessi sentito mentre ero con le amiche, al lavoro o durante il tragitto; criticava il mio abbigliamento quando lo riteneva troppo attillato.
Ero convinta che il problema fossi io. Lui continuava a dirmi che ero troppo espansiva, che mi comportavo in determinati modi e che i miei atteggiamenti avrebbero potuto espormi a dei pericoli. Mi diceva: “Se sei davvero così, io non posso stare con te. Devi cambiare tutto”.
Io gli rispondevo che mi aveva conosciuta così e che non sarei cambiata per lui. Gli dicevo: “Se fino a questa età non sono stata stuprata o aggredita da nessuno, questa espansività non è un problema”.
Lui replicava che il mio atteggiamento di chiusura non era positivo per la coppia e che ero troppo diretta. Eppure io, proprio rispetto a quelle parti di me schiette e sincere, nel mio inconscio mi chiedevo se avesse ragione.
I gesti di violenza, che in quel momento non riuscivo ancora a riconoscere come tali, consistevano nell’urlare e nell’avvicinarsi a me in modo intimidatorio, nell’afferrarmi il polso, sul quale indossavo un orologio con cinturino a maglie, in una spinta e nel guidare l’automobile a velocità eccessiva.
Dopo ogni litigio burrascoso, durante il quale minacciavo di lasciarlo perché non riuscivo più a sopportare quella situazione, lui tornava a essere un “angioletto”, premuroso e pentito. Si scusava attribuendo il proprio comportamento all’accecamento della gelosia, alla sua insicurezza e al suo “Dr. Hyde”.
Per farsi perdonare faceva le cose in grande: cucinava manicaretti, mi faceva trovare rose, palloncini a forma di cuore e altri gesti romantici.
Dopo il periodo di malattia era finalmente tornato a lavorare al Nord e scendeva ogni fine settimana, ripartendo il lunedì mattina alle 3:30. Per me era diventato un incubo: la sveglia delle 3 svegliava anche il mio cane e io non riuscivo a dormire finché lui non era arrivato a destinazione.
Glielo avevo spiegato più volte e gli avevo chiesto se potesse partire prima, il sabato sera, oppure più tardi la domenica. Lui, però, continuava a fare di testa sua. Diceva che non comprendevo il vero motivo delle sue scelte: voleva trascorrere più ore con me. Nonostante le mie richieste, non mi ha mai assecondata e, con il passare delle settimane, ero sempre più stanca.
Arriva febbraio e ricevo una brutta notizia in ambito familiare, che mi destabilizza profondamente. La questione rimane in sospeso perché devo partire e, nei giorni precedenti al viaggio, lui mi fa notare che dovrei affrontare le cose diversamente, che non so sopportare lo stress e che anche lui è sotto pressione.
Faccio fatica a credere che, in un momento così delicato della mia vita, lui si senta comunque più svantaggiato di me. In quel momento assumeva il ruolo della vittima, spostando l’attenzione su di sé.
Nonostante tutto, partiamo per la settimana bianca. I litigi sono continui e, il quarto giorno, ho un incidente sugli sci che rivelerà una frattura e mi costringerà a una lunga prognosi.
Ora sono sicura che quell’infortunio mi abbia salvata. Non potevo stare da sola a casa mia, quindi sono andata nell’appartamento sopra quello di mia madre, così da poter contare sul suo aiuto. Questo ha fatto sì che lui non potesse controllare il mio spazio come faceva prima. Ero più tutelata.
Mia madre e le mie amiche mi avevano avvertita fin dall’inizio dei suoi comportamenti ossessivi, ma io, sotto l’effetto del *love bombing*, mi ero allontanata da loro.
Ricordo anche che distorceva la realtà. Io dicevo o facevo una cosa e lui la trasformava, fino a farmi sentire matta. Mi diceva che dovevo andare dallo psicologo.
Ho iniziato la terapia, facendomi suggerire il nome di una professionista da mia cugina, che lavora in questo settore. All’inizio vi sono andata per gestire le mie preoccupazioni e la mia ansia.
È stata una vera liberazione. Consiglio a tutti di intraprendere questo percorso di rinascita introspettiva. A distanza di mesi, ho smesso di sentirmi in colpa.
La terapia mi ha aiutata a comprendere che gli atteggiamenti che lui aveva nei miei confronti erano finalizzati a soddisfare un proprio vantaggio personale.
I vantaggi che traeva erano probabilmente legati allo status sociale, alla casa e, credo, anche al denaro, visto che voleva aprire un conto cointestato, una proposta che ho sempre rifiutato.
 In questa relazione, riflettendoci oggi a mente lucida, c’erano diversi segnali d’allarme, le cosiddette *red flag*:

-       si elogiava e si esaltava, presentandosi in ambito lavorativo per ciò che non era;

-        ovunque andasse, mi raccontava che c’era una donna che lo corteggiava, ma che lui era irremovibile e respingeva ogni avance;

-        invadeva i miei spazi senza interpellarmi: stampava fotografie, acquistava quadretti e decideva di appenderli;

-       introduceva Alexa, una lavagna, una bicicletta e altri oggetti;

-        parlava di casa mia come se fosse casa sua;

-       mi vietava molte cose: uscite, vestiti, abitudini e comportamenti;

-       mi inondava di messaggi e chiamate;

-       manifestava una rabbia eccessiva per questioni futili;

-       mentiva sul proprio passato e sosteneva che le sue ex fossero tutte matte;

-       mi costringeva a cancellare i miei ex dai social e mi ripeteva continuamente di eliminare le vecchie fotografie;

-       non piaceva a nessuna delle mie amiche e dei miei amici, né ai miei parenti e conoscenti;

-       mostrava arroganza;

-       mi rinfacciava scelte che aveva compiuto per me senza che nessuno gliele avesse chieste;

-       manifestava un’eccessiva fretta nel voler andare a convivere, sposarsi e avere un figlio;

-       voleva conoscere tutte le persone che frequentavo, persino quelle che salutavo di sfuggita dall’altra parte della strada: “Chi è? Presentamelo”.

 

Mi ritengo fortunata perché sono uscita da questa storia senza un legame permanente con lui, come avrebbe potuto essere un figlio. Tuttavia, ne ho risentito dal punto di vista fisico ed emotivo: ho avuto dei crolli e il sostegno della terapia è stato fondamentale.
Vorrei citare due strofe della canzone “Male necessario” di Masini e Fedez, presentata al Festival di Sanremo 2026, che mi hanno particolarmente colpita:

 “Quando crescerai
 E non mi chiederai nemmeno più il permesso
 Si impara, vedrai,
 Che i mostri non stanno soltanto sotto il letto”

 “Ora non ho più bisogno di scappare io
 E ringrazierò il passato
 E chi mi ha condannato
 E tutto questo male necessario”


 La canzone fa capire come, molte volte, toccare il fondo possa diventare l’unico modo per aprirsi verso qualcosa di nuovo. Devo ammettere che alcuni miei atteggiamenti nelle relazioni possono avermi resa vulnerabile.

A mio avviso, gli errori che mi hanno portata dentro questa relazione tossica sono stati:

 – l’attesa di un uomo che mi desse sicurezza, protezione e capacità di risolvere i problemi;
 – la fame di affetto e considerazione;
 – la pressione sociale di una società patriarcale che tende a considerare una donna pienamente realizzata solo in presenza di un uomo;
 – l’eccessiva flessibilità e capacità di adattamento nei confronti del partner. Ho capito che, se non si stabiliscono paletti e confini ben definiti, l’altro può abbatterli;
 – una lealtà e una sincerità eccessive;
 – altruismo e disponibilità alla condivisione di spazi, casa, oggetti, animali e altri aspetti della vita quotidiana.

Grazie alla terapia ho scoperto l’abuso psicologico che stavo subendo da otto mesi e sono riuscita a uscirne viva.

Il mio percorso di guarigione e rinascita sta procedendo. Il male che ho subito mi ha aiutata a comprendere anche le mie vulnerabilità e a riconoscere ciò che non voglio più accettare nella mia vita.» 

 E.

 

Il paradosso del non-vedere

Chi vive dentro una relazione segnata dalla manipolazione psicologica raramente riesce a chiamarla con il suo nome mentre la sta vivendo. Questo non rappresenta un limite individuale né una fragilità della vittima: è un meccanismo strutturale dell’abuso stesso. Chi manipola non agisce necessariamente con un unico gesto eclatante, ma costruisce un sistema fatto di piccole erosioni: la svalutazione mascherata da ironia, il controllo travestito da premura, l’isolamento presentato come una scelta della persona stessa: “Sono gli altri che non ti capiscono come me”.

Questo produce un fenomeno che nella letteratura clinica viene spesso descritto come una sorta di “nebbia cognitiva”: la vittima perde progressivamente la capacità di fidarsi della propria percezione. Non si tratta soltanto di confusione emotiva, ma di una distorsione del rapporto con la realtà, indotta dall’esterno e vissuta come un difetto interno. “Forse sono io che esagero”, “forse sono troppo sensibile”, “in fondo non mi ha mai alzato le mani” sono frasi che ricorrono frequentemente in chi ha attraversato questo tipo di relazione.

Il peso sproporzionato della colpa


Uno degli aspetti più dolorosi e clinicamente rilevanti dell’abuso psicologico è la distribuzione asimmetrica della colpa. Chi subisce tende a interiorizzare la responsabilità di dinamiche che non ha creato e che non può controllare.

Questo accade per almeno tre ragioni concorrenti:

- La prima è strutturale: l’abusante, in modo più o meno consapevole, restituisce costantemente alla vittima l’onere della relazione: “Se ti comportassi diversamente con me, io non reagirei così”.

- La seconda è culturale: soprattutto nell’ambito della violenza di genere, esistono ancora narrazioni sociali che tendono a interrogare il comportamento di chi subisce prima ancora di nominare chi agisce la violenza.

- La terza è più intima e riguarda l’attaccamento: quando l’abuso avviene dentro un legame affettivo significativo, un partner, un genitore o una figura di riferimento, riconoscere pienamente la violenza dell’altro significherebbe anche mettere in discussione il legame stesso, un’operazione psichicamente molto costosa.

Ecco perché, in questi contesti, la colpa non è quasi mai un sentimento proporzionato ai fatti: è un meccanismo di difesa. Sentirsi colpevoli, paradossalmente, può risultare meno destabilizzante che accettare di essere stati oggetto di un disegno relazionale predatorio da parte di qualcuno che si amava o da cui si dipendeva.


Un percorso, non un evento

Uno degli elementi più preziosi dell’approccio di Shannon Thomas è aver dato una struttura temporale alla guarigione, restituendo dignità clinica a un processo che troppo spesso viene liquidato socialmente con un “ora basta, volta pagina”. Il suo modello descrive la ripresa da un abuso nascosto come un cammino a tappe, che passa attraverso una fase di crollo e disorientamento iniziale, un momento in cui la persona inizia a informarsi e a dare un nome a ciò che ha vissuto, un vero e proprio risveglio della consapevolezza, l’apprendimento faticoso dei confini personali, fino ad arrivare alla ricostruzione dell’identità e al mantenimento nel tempo di nuovi equilibri.
Questa scansione per fasi è importante per una ragione clinica precisa: normalizza le ricadute. Chi esce da una relazione di abuso psicologico non procede in linea retta. Ci sono momenti di lucidità seguiti da momenti di dubbio, giorni in cui la rabbia sembra dare energia e giorni in cui il senso di colpa torna a essere paralizzante. Sapere che questo avanti e indietro fa parte del processo e non costituisce un fallimento personale può già rappresentare un primo elemento terapeutico.

 Perché serve un aiuto professionale

Proprio perché l’abuso psicologico agisce sulla percezione stessa della realtà, uscirne richiede spesso più della sola forza di volontà o del sostegno, pur prezioso, di amici e familiari. Un professionista formato su queste dinamiche svolge una funzione specifica: restituisce alla persona uno specchio esterno, stabile e non giudicante, capace di rinominare correttamente ciò che è accaduto e di separare i fatti dalle narrazioni distorte costruite dall’abuso.
Il lavoro terapeutico, in questi casi, non si limita a elaborare un trauma: è anche un lavoro di ricostruzione della fiducia in se stessi come osservatori affidabili della propria vita. È un percorso lento, che richiede pazienza sia da parte del professionista sia da parte della persona coinvolta, ma può trasformare un’esperienza di sopraffazione in una nuova e solida consapevolezza di sé.

Una violenza che riguarda tutti

Parlare di abuso nascosto significa riconoscere che la violenza psicologica non è una questione privata, confinata alla sola esperienza della persona che la subisce. Le sue conseguenze possono estendersi alla famiglia, alle amicizie, agli ambienti di lavoro e alla comunità, soprattutto quando il silenzio e l’incredulità impediscono di intervenire tempestivamente.
Diventa quindi necessario sviluppare una maggiore attenzione verso i segnali, anche quando appaiono ambigui o difficili da dimostrare, e costruire contesti capaci di ascoltare senza colpevolizzare chi chiede aiuto.
Parlare di abuso nascosto significa anche allargare lo sguardo oltre la singola relazione, dentro un discorso più ampio sulla violenza di genere e sulle vulnerabilità sociali. Molte delle dinamiche descritte, la nebbia cognitiva, l’asimmetria della colpa e l’isolamento progressivo, attraversano infatti anche altri contesti di sopraffazione: familiari, lavorativi e comunitari.
Riconoscere questi schemi, dar loro un nome pubblico e condiviso, è già un primo atto di cura collettiva: nessuno dovrebbe dover attraversare da solo e in silenzio una violenza che non lascia segni sulla pelle, ma incide profondamente sulla vita psichica.

Massimo Ippoliti

Dott. magistrale in Psicologia

Riferimenti bibliografici:

Guarire dall'abuso nascosto. Un percorso attraverso le fasi della guarigione dall'abuso psicologico
di Thomas Shannon (Autore), Flavia Dragani (Traduttore). Eternity Libri, 2018

Commenti

Post popolari in questo blog

Workaholism. Ubriacatura da lavoro

Philofobia: la paura di amare

P̲s̲i̲c̲o̲-̲S̲o̲F̲à̲:̲ ̲I̲l̲ ̲s̲a̲l̲o̲t̲t̲o̲ ̲p̲s̲i̲c̲o̲l̲o̲g̲i̲c̲o̲ ̲d̲i̲ ̲I̲n̲O̲l̲t̲r̲e̲