Trauma: quando il dolore viene dal mondo, quando viene da un altro essere umano



Oggi si parla di trauma con una facilità che rischia di svuotare la parola del suo significato. Un ritardo, una delusione o un contrattempo vengono spesso definiti “traumatici”. Ma se tutto è trauma, niente lo è più davvero: si perde la possibilità di riconoscere chi ha vissuto un’esperienza capace di superare le sue risorse di fronteggiamento. Il trauma, in senso proprio, non dipende soltanto dalla gravità oggettiva di un evento né esclusivamente dalla fragilità di chi lo vive. Nasce dall’incontro tra un’esperienza destabilizzante e le risorse, le difese e i legami disponibili in quel momento. Per questo lo stesso evento può lasciare tracce molto diverse in persone diverse.

Due tipi di ferita
È utile distinguere tra i traumi provocati da eventi catastrofici o accidentali, come un terremoto, un incidente o una malattia improvvisa, e quelli provocati da un altro essere umano, come un abuso, una violenza o una relazione persecutoria. Nel primo caso, il mondo appare imprevedibile e pericoloso: vengono colpiti la sicurezza fisica e il senso di continuità dell’esistenza. Si tratta di una ferita profonda, ma per così dire impersonale: non c’è un volto responsabile da cui doversi difendere o al quale dover tornare ad affidarsi. Nel trauma interpersonale, invece, il danno proviene spesso da qualcuno da cui la vittima dipende o in cui aveva riposto fiducia. Non viene colpita soltanto la sicurezza, ma anche la possibilità di affidarsi agli altri, il senso di giustizia e la fiducia nelle proprie percezioni. La domanda non è più soltanto “che cosa mi è successo?”, ma anche “di chi posso ancora fidarmi?”.

Freud, Jung e Ferenczi
La distinzione tra il dolore che viene dal mondo e quello che viene da un altro essere umano attraversa la storia del pensiero psicodinamico. Il modo in cui una teoria interpreta il trauma orienta ciò che il terapeuta osserva e la posizione che assume nella relazione di cura. Freud, pur senza ignorare la realtà esterna, ha privilegiato l’organizzazione intrapsichica dell’esperienza: il conflitto, la rimozione e il modo in cui un vissuto viene rappresentato e trasformato in sintomo. Jung ha attribuito un rilievo particolare al simbolo e all’immagine, leggendo il trauma come una frattura nella continuità della personalità, in cui parti psichiche separate faticano a comunicare con la coscienza. Ferenczi offre invece una prospettiva particolarmente vicina alla dimensione interpersonale del trauma. Contro la tendenza a interpretare l’abuso soprattutto come fantasia, ha restituito centralità alla realtà concreta della violenza e alla dissimmetria tra adulto e bambino. Il trauma può nascere da una relazione in cui la persona più forte impone la propria realtà a quella più vulnerabile. In questo quadro assume rilievo il concetto di identificazione con l’aggressore. Non si tratta di una semplice imitazione del persecutore, ma di una strategia di sopravvivenza. Il bambino, incapace di opporsi all’adulto da cui dipende, ne anticipa i desideri, si sente responsabile di ciò che è accaduto e arriva a dubitare delle proprie percezioni. Ferenczi sottolineava inoltre che a ferire non è soltanto la violenza, ma anche il silenzio o la smentita che spesso la seguono, quando nessun adulto riconosce ciò che è successo. La questione più delicata emerge allora con chiarezza: che cosa accade quando chi dovrebbe proteggere è anche colui che spaventa? 

Il paradosso dell’attaccamento disorganizzato
La qualità delle prime relazioni di attaccamento influenza il modo in cui una persona impara a riconoscere le emozioni, a fidarsi degli altri e a chiedere aiuto. Il sistema di attaccamento spinge il bambino, quando ha paura, a cercare la vicinanza della figura di riferimento. Anche negli attaccamenti insicuri, quando il genitore è distante o imprevedibile, il bambino può costruire una strategia coerente: minimizzare il bisogno oppure amplificarlo per ottenere attenzione. È una strategia imperfetta, ma comunque organizzata. La situazione cambia quando la figura di attaccamento è contemporaneamente fonte di protezione e di paura. Mary Main ed Erik Hesse hanno descritto questa condizione come una paura senza soluzione: la persona verso cui il bambino dovrebbe correre quando è spaventato è la stessa che lo spaventa. Avvicinarsi e fuggire diventano impulsi simultanei e incompatibili. Questo paradosso può manifestarsi in comportamenti contraddittori: il bambino cerca il contatto ma distoglie lo sguardo, si blocca a metà di un movimento, alterna avvicinamento ed evitamento o resta immobile con un’espressione assente. Non si tratta di cattiva volontà, ma dell’impossibilità di adottare una strategia coerente. La figura spaventante non è necessariamente un genitore maltrattante. Può essere un adulto a sua volta travolto da lutti o traumi non elaborati, che nei momenti di stress si dissocia o reagisce in modo imprevedibile. Il bambino non comprende l’origine di quei cambiamenti: percepisce soltanto che la persona incaricata di rassicurarlo diventa improvvisamente irriconoscibile. Giovanni Liotti ha mostrato come, in queste condizioni, il bambino possa costruire rappresentazioni molteplici e incompatibili di sé e dell’altro. Il genitore può apparire come persecutore, vittima fragile da proteggere o salvatore; il bambino può sentirsi, di volta in volta, vittima, colpevole o responsabile della cura dell’adulto. Queste immagini rimangono separate e possono costituire un terreno favorevole alla dissociazione. Il discorso si collega così sia a Jung, per il tema delle parti psichiche separate, sia a Ferenczi: il bambino che anticipa i desideri dell’adulto e si sente responsabile della sua sofferenza sta già attuando una forma di identificazione con l’aggressore. Chi cresce dentro questo schema può affrontare un evento traumatico successivo con minori risorse. Può confondere ciò che è familiare con ciò che è sicuro, avere difficoltà a chiedere aiuto o interpretare la violenza subita attraverso schemi antichi, convincendosi di non meritare protezione o di essere responsabile di ciò che è accaduto.

Una vulnerabilità, non un destino 
È necessario evitare ogni lettura deterministica. L’attaccamento disorganizzato non è un trauma né una diagnosi: descrive il modo in cui un bambino si organizza, o non riesce a organizzarsi, dentro una relazione specifica. Può essere osservato anche in bambini che non hanno subito maltrattamenti. Molte persone con esperienze di disorganizzazione non sviluppano disturbi post-traumatici, così come molte persone traumatizzate non hanno avuto un attaccamento disorganizzato. Il legame è probabilistico e interagisce con il temperamento, le relazioni successive, il contesto sociale e la natura degli eventi vissuti. Soprattutto, non è irreversibile. Un insegnante, un nonno, un partner o un amico possono offrire, anche più avanti nella vita, l’esperienza di una presenza affidabile e prevedibile. La ricerca parla di sicurezza acquisita: persone con storie infantili difficili che, attraverso relazioni successive e un lavoro di elaborazione, arrivano a raccontare la propria storia in modo coerente e a costruire legami più sicuri. Gli schemi antichi non vengono cancellati, ma possono essere affiancati da esperienze nuove e perdere il potere di definire l’identità.

Perché questa distinzione conta in terapia
Comprendere se un trauma nasce da un evento o da una relazione, e con quale storia di attaccamento la persona lo ha incontrato, non è un esercizio puramente teorico. Cambia ciò che può essere necessario per stare meglio. Quando la ferita si è costruita dentro una relazione, la terapia non è soltanto il luogo in cui elaborare ciò che è accaduto. Può diventare anche uno spazio in cui sperimentare modalità relazionali diverse: incontrare un altro che resta presente senza invadere, che è comprensibile senza essere minaccioso, che tollera rabbia e diffidenza senza ritirarsi né vendicarsi, e che sa riconoscere i propri errori. È questa la direzione dell’intuizione di Ferenczi sulla presenza autentica del terapeuta: non soltanto l’interpretazione corretta, ma anche la possibilità di incontrare una testimonianza affidabile, forse mai sperimentata prima. La relazione terapeutica, da sola, non ripara ogni ferita e il terapeuta non deve proporsi come un “genitore buono” sostitutivo. Tuttavia, per chi ha imparato che legame e pericolo coincidono, la possibilità di riorganizzare l’esperienza passa anche attraverso la presenza concreta di un legame sufficientemente sicuro. In questo spazio il ricordo può essere avvicinato senza travolgere e le parti separate dell’esperienza possono iniziare a dialogare.

Il lavoro più fecondo nasce dalla capacità di tenere insieme la profondità della vita psichica e la realtà concreta delle violenze, delle perdite e dei legami che hanno segnato una storia. Il trauma, allora, non viene ridotto né a un semplice evento esterno né a un conflitto interno: diventa l’esito di un incontro tra esperienza, vulnerabilità e relazione.

 

 

                                                                                                                    a cura di 

                                                                                                                    Ippoliti Massimo

                                                                                                                   dottore magistrale in Psicologia

 

Fonti bibliografiche:

  • -        Freud, S. (1920). Al di là del principio di piacere. In Opere. Torino: Bollati Boringhieri.
  • -        Jung, C. G. (1916). La struttura dell’inconscio. In Opere. Torino: Bollati Boringhieri.
  • -        Ferenczi, S. (1933). Confusione delle lingue tra gli adulti e il bambino. In Opere. Milano: Raffaello Cortina.
  • -        Ferenczi, S. (1932). Diario clinico. Milano: Raffaello Cortina.
  • -        Herman, J. L. (1992). Guarire dal trauma: affrontare le conseguenze della violenza, dall’abuso domestico al terrorismo. Roma: Magi.

Commenti

Post popolari in questo blog

Workaholism. Ubriacatura da lavoro

Philofobia: la paura di amare

P̲s̲i̲c̲o̲-̲S̲o̲F̲à̲:̲ ̲I̲l̲ ̲s̲a̲l̲o̲t̲t̲o̲ ̲p̲s̲i̲c̲o̲l̲o̲g̲i̲c̲o̲ ̲d̲i̲ ̲I̲n̲O̲l̲t̲r̲e̲